accompagno le persone attraverso il lutto perinatale e il lutto

Vivo anche da morto

Vivo anche da morto

Un morto è vivo in un’altra forma, non è così?

È dato per scontato perché non è accettabile che un morto sia infine morto per davvero.

Se pensi che un morto non esista più, allora non credi in niente, sei una persona povera di spiritualità e limitata ad una visione della vita come un segmento col nulla prima e dopo.

Materialista.

Insensibile.

Ottusa.

Povera. Di tutto.

Non è così?

No, non è necessariamente così.

In verità ci insegnano a non lasciare mai i nostri morti, a trasformarli in vivi altrove. La maggior parte di noi non sa se lo siano veramente, ci credono e basta perché pare troppo doloroso fare davvero senza. Meglio l’idea di qualcuno accanto che l’evidenza del nessuno introno.

Allora non ce lo domandiamo nemmeno più: i morti non muoiono sul serio, si trasformano e restano tra noi, perché la trasformazione non li allontana – come potrebbe? – ne siamo certi.

Li teniamo e ci teniamo avvinghiati ad essi pensando che sia per noi impossibile fare veramente senza.

Nei nostri pensieri continuano a vivere, alcuni di noi ancora festeggiano compleanni (come se i morti potessero crescere e invecchiare e non fossimo solo noi legati al tempo che scorre. Perché solo noi siamo ancora qui, in una dimensione in cui il tempo ha un valore).

Che accadrebbe se azzardassimo a fare senza?

«Che cosa significa per te definire le tue figlie ‘morte’?»

Significa che sono decedute.

«Decedute, cioè?»

Cioè sotto un metro di terra, sepolte, assenti, scomparse, inesistenti, defunte, stop.

«Quindi dove sono?»

Se sono da qualche parte, non so dove siano. Di sicuro non sono qui.

E vivo senza. Non sono morta. Non festeggio compleanni di defunti. Non parlo con loro, non vivo per loro, non le trattengo, loro NON ci sono più, perché per me morire è questo: smettere di essere di questa dimensione.

Non so cosa ci sia oltre il segmento che mi è dato di scorgere con i miei sensi di essere umano, ma avverto che qualcosa oltre questi due punti che chiamiamo ‘concepimento’ e ‘morte’ possa esistere. Ecco che la curiosità mi spinge a non temere di raggiungere l’unico punto che ancora non ho toccato (la morte), allo stesso tempo non ho fretta.

Si tratta di assegnare il proprio significato alle cose della vita e della NON vita. Il mio è questo: non invento ciò che non so per consolarmi, per addolcirmi la narrazione, per rendermi meno spaventosa l’incertezza. Non me la racconto.

Penso che il mio compito sia quello di imparare a Stare nell’incertezza, altrimenti non mi troverei nelle condizioni in cui sono.

Penso che questo nostro segmento sia proprio fatto così: vivo facendo esperienze che mi restituiscono la consapevolezza del fatto che non ne saprò mai abbastanza. In questo modo sento di toccare l’idea di infinito, cioè ciò che si espande aldilà dei due punti che limitano il segmento.

Allora tutte le cose che non so, le risposte che non ho, le incertezze in cui sto, sono esse stesse l’espressione terrena di ciò che umano non è.

Se imparo a stare lì, se non ne ho più paura, se smetto di fuggire, sento il privilegio di avvicinarmi al Regno dei Morti. Lì si trovano i miei morti – tutti.

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