accompagno le persone attraverso il lutto perinatale e il lutto

Microchimerismo, vuoto e persistenza

Microchimerismo, vuoto e persistenza

Fin dai primi giorni dopo la morte e il parto di mia figlia, ho avuto certezza che quel senso di vuoto dipendesse da qualcosa che non mi sapevo ancora spiegare. Stava nel corpo.

Come è possibile che un essere così piccolo, che non ho conosciuto e che è vissuto così poco, possa scuotermi tanto?

Avevo già dimestichezza con la morte. Mia madre era morta alcuni anni prima. Mia madre. Insomma, una colonna portante della mia vita. Eppure quella morte, che pure mi aveva scossa e tolta il futuro come lo avevo immaginato, non mi aveva pervasa nello stesso modo, neppure lontanamente.

Da dove veniva quel vuoto?

Doveva avere a che fare con gli ormoni. Eppure, anche se i mesi passavano e gli ormoni si assestavano, quel vuoto permaneva.

Erano le aspettative? No, non potevano essere le aspettative. Non erano quelle due tutine che non avrebbe indossato nessuno o l’idea di non vedere pieno quel lettino che non avevo smontato. Era qualcosa di più profondo, viscerale.

Cuore e cervello erano in guerra: il cuore sentiva emozioni enormi, raccontava una storia di assenza e morte, il cervello non aveva abbastanza elementi per allinearsi al cuore. Erano molti i fattori che mi dicevano quanto il cuore sapesse ciò che la ragione non aveva ancora scoperto come spiegare.

Ho scelto di fidarmi. Ci vuole coraggio per fidarsi… Fidarsi di ciò che non si vede e non si tocca.

Mi sono fidata di ciò che sentivo e ho messo in fila delle parole. Ho trovato quelle che hanno saputo raccontare al cervello quanto non rilevava nella sua realtà oggettiva. Il cervello si è adeguato. Ha accettato. Le parole erano quella giuste: stavamo di fronte ad un essere umano morto. Stavamo di fronte ad un figlio che c’era stato e poi non più.

Ho trovato ragione nella genetica: ogni figlio ha un DNA peculiare, unico. Unico era quel figlio perduto, non sostituibile. Poi le evidenze nella collezione di esperienze altrui: il dolore per la morte di un figlio in attesa è a tutti gli effetti un lutto.

Eppure mi è sempre mancato qualcosa, un elemento che provasse quel che non riuscivo a spiegare. L’entità di quel vuoto, il buco nero di quell’assenza, il peso di quelle braccia inermi era molto più grande di quanto riuscissi a raccontare. Il legame verso qualcuno che avevo a malapena percepito, visto in una foto sgranata in bianco e nero, sentito attraverso un microfono, era molto più di un’aspettativa disillusa. La consapevolezza che qualcuno fosse passato nella mia vita e avesse lasciato di sé un buco preciso, quel buco e non un altro, era palese.

Doveva esserci qualcosa di più.

Ho cominciato a domandarmi se lo scambio fra madre e figlio non avvenisse anche fra figlio e madre. Si sa come la madre passi attraverso la placenta alcune informazioni: si sa che il feto sia competente. Capace di recepire informazioni e codificarle. C’è un linguaggio che connette madre e figlio, fin dal suo impianto nel grembo.

Possibile che questo linguaggio fosse unidirezionale?

Non è unidirezionale e non si risolve con la nascita del bambino: perdura anche per sempre.

Microchimerismo: la capacità delle cellule di circolare da un individuo ad un altro.

Piccole quantità di cellule migrano da un corpo ad un altro in diverse situazioni: attraverso le trasfusioni di sangue, il trapianto di organi, ma più frequentemente durante la gravidanza.

Durante la gravidanza, già a partire dalla 4°/6° settimana possono essere rilevate nel corpo della mamma cellule appartenenti al figlio che aspetta. Il microchimerismo, cioè la migrazione di cellule, avviene sia da mamma a feto che da feto a mamma, eppure la quantità di cellule (appartenenti al figlio) che raggiungono la madre è assai maggiore di quelle che arrivano al feto (appartenenti alla madre).

Le cellule fetali restano nel corpo della mamma anche per decenni, presumibilmente persino tutta la vita.

Dove si annidano queste cellule? A cosa servono? Cosa portano impresso?

Gli studi si stanno susseguendo e sono ancora molto incerti sui risvolti del microchimerismo.

Si è capito che queste cellule abbiano una funzione riparativa rispetto ad alcune problematiche insorte nella mamma durante la gravidanza. Si può pensare che svolgano un ruolo nel processo evolutivo, cioè consentano al feto di creare le condizioni migliori per sopravvivere e quindi nascere.

Tuttavia esistono anche studi che hanno rilevato come queste cellule abbiano una qualche rilevanza nell’insorgere di malattie autoimmuni nella mamma dopo il parto.

La verità è che ancora non si sa molto su questo argomento, ma si sa che piccole parti dei figli possono restare per sempre nel corpo delle loro madri.

Leggendo questi studi ho avvertito chiara la sensazione di avere trovato risposta a quel di più finora solo intuito: le mie figlie hanno lasciato traccia dentro di me. Una traccia unica e inimitabile. Quella traccia mi circola dentro e chissà che i contorni di quel vuoto non stiano proprio fra ciò che queste cellule hanno attivato per accogliere e far crescere, e il nulla che hanno incontrato le mie braccia.

Chissà che non stia lì, fra le cellule che si sono annidate nel cervello o chissà dove, l’impossibilità di rimuovere qualcosa di irremovibile, poiché presente per sempre al mio interno.

Questa esperienza di perdita non è solo una perdita emotiva, nelle aspettative, della narrazione familiare, ma è una piccola quantità di cellule che ha allacciato un legame indissolubile con me.

Ecco, non lo sapevo spiegare, se non con il cuore… perché il cuore sa ciò che ancora la ragione non sa spiegare.

Ciò mi dice che il mio sentire più profondo, questa connessione stretta con le emozioni, è anni luce più avanti della ragione che, poveretta, ci prova a stargli dietro e per fortuna talvolta si arrende e accetta la sua narrazione.

Gran parte di ciò che c’è, non si vede, eppure si sente.

È molto difficile farsi largo in una cultura in cui esiste solo ciò che si vede e tutto il resto è superfluo.

Microchimerismo, vuoto e persistenza

Pubblicato per la prima volta il 10 aprile 2017

Commenta