Hamnet, nel nome del figlio
Vai a vederlo.
Fallo senza anticiparti nulla, né sul contesto né sulla trama.
Calarsi in questa storia senza alcuna informazione preventiva ha il potere — almeno lo ha avuto su di me — di renderla ancora più pervasiva, quasi violenta nella sua bellezza.
Se non lo hai visto, fermati qui. Non leggere oltre.
Solo se lo hai già visto, prosegui…
Hamnet è la catarsi che solo l’arte può permettere.
Non importa se non siamo Shakespeare, non importa se quella rappresentazione sia o meno fedele alla Storia. Ciò che conta è quanto ha saputo smuovere, fino a far fuggire le persone dalla sala, incapaci di reggere l’urto.
Questo film parla di un lutto che oggi consideriamo indicibile, innaturale. Ci piace pensare, per consolarci, che in epoche antiche la morte dei figli fosse “normale”, che i genitori fossero abituati, quasi anestetizzati. Ci solleviamo così dal peso di quel grido d’orrore di una madre che vede il figlio spegnersi tra le proprie braccia. Ma è una bugia che ci raccontiamo per non impazzire.
Quel grido mi è mancato. Nella nostra compostezza moderna, nel ripeterci che i figli non possono morire, quando poi accade ci muoiono le parole in gola. Alle famiglie che perdono i figli presto viene sottratta anche la possibilità di urlare. Invece i protagonisti ci sbattono in faccia la sofferenza vera: quella di chi ai figli era legato visceralmente. Famiglie rimaste sotto l’incudine di un silenzio secolare e famiglie che oggi, a fatica, gridano ancora: si muore, si muore sempre, anche da piccoli.
È il monito della nonna di Hamnet che ci tiene all’erta: ricordiamoci che non abbiamo potere sui battiti del cuore dei nostri figli. Nulla è scontato.
E poi c’è la distanza. La madre che ha tenuto tra le braccia il corpo morente e il padre che è arrivato tardi.
A volte capita che le madri diventino tombe a loro insaputa; i padri non conosceranno mai l’effetto fisico di quel trapasso.
Il lutto allontana, il dolore esige un colpevole: “È colpa tua che non c’eri. Mi hai lasciata sola a gestire l’impossibile”. Mentre quel padre, nell’assenza, avrebbe dato tutto per esserci, per rimediare, per ristabilire un ordine che non esiste più.
All’uomo si chiede di proteggere, alla donna di accudire.
In quella morte, hanno fallito entrambi. Quando un figlio muore, ci sentiamo falliti tutti, in modi diversi e inconciliabili.
Non resta che muovere le mani. Prendersi cura del corpo, guardarlo morto per costringere la mente a crederci. Non sembra lui, ma è lui.
Quanto stiamo perdendo rendendo i riti sempre più compressi, delegati a un sistema che pulisce e nasconde al posto nostro? Siamo lontani dalla morte, ma così siamo anche lontani dal prendere confidenza con il corpo che trapassa e diventa altro, persino inutile.
Nell’accompagnarlo potremmo comprendere che sia ormai vuoto, che chi amavamo non è più lì. Allora potremmo lasciare andare quell’involucro per cercare un nuovo equilibrio.
Un anno non è tanto. Un anno è niente. Sono i giorni a essere troppi, le ore, i secondi. E dentro quel tempo che scorre, a un passo dal baratro, risuona il dubbio: essere o non essere?
La messa in scena finale è lo spurgo del lutto. È la possibilità di dire e fare ciò che nella realtà è rimasto strozzato. Il resto è silenzio: il silenzio degli sguardi che finalmente si incontrano di nuovo, consapevoli che il vuoto è uguale eppure diverso. Il loro bambino non c’è più, ma c’è l’opera che muove i cuori di chi resta.
Questo film ci riporta al battito della terra, alla natura di cui non sappiamo più fidarci. Ci ricorda che la morte ne è parte: porta via, sì, ma da quel vuoto può generarsi altro. Perché non essere è un essere altro. Nuovo. In potenza.
Hamnet, nel nome del figlio