Non accetterò mai quello che è successo!
Forse anche tu sei una di quelle donne che, viste da fuori, sembrano aver attraversato il peggio e aver trovato un nuovo equilibrio. Hai fatto i tuoi percorsi, sei tornata al lavoro, ti occupi della tua casa, della tua famiglia. Funzioni.
Chi ti guarda da fuori pensa: “Ce l’ha fatta”.
Eppure, se ci si ferma un attimo e si fa silenzio, può emergere una frase che pesa come un macigno sul cuore, una verità che spesso resta inespressa:
“Mi sono rialzata, sì. Ma non accetterò mai quello che è successo. Non è giusto.”
Questa sensazione è molto più comune di quanto tu possa immaginare. Non riguarda solo il dolore, ma anche il giudizio: l’idea che ciò che è accaduto non sarebbe dovuto accadere.
Viviamo in una cultura che ci ha consegnato una narrazione potente: che la vita abbia un ordine, che i genitori non debbano mai sopravvivere ai figli. Quando questo patto si spezza, il dolore si accompagna spesso a un senso di indignazione.
Molte persone si chiedono: “Perché non riesco ad accettarlo?”
A volte, nel profondo una voce sussurra:
“Se accetto questa morte, sto dicendo che va bene così. E non posso permetterlo.”
Per alcune madri e alcuni padri, la resistenza diventa un atto di fedeltà.
Non accettare significa proteggere, continuare a stare accanto al proprio bambino.
Tuttavia può avere un costo invisibile: andare avanti con una ferita sempre aperta, con una zavorra che toglie respiro.
Accettare non significa approvare
Rimettersi in piedi davvero non vuol dire dimenticare o rassegnarsi.
Significa, piuttosto, provare gradualmente a lasciare andare il giudizio che trasforma il dolore in una lotta continua con la realtà.
Quando smettiamo di definire ciò che è accaduto come un errore o una violazione dell’ordine naturale, quello che rimane è il dolore.
Un dolore duro, profondo, ma umano: un dolore che può essere attraversato, sostenuto, accompagnato.
È il giudizio, invece, che spesso si cristallizza e avvelena il tempo presente.
Una ferita può diventare una cicatrice
Accettare non significa dire “va bene”.
Significa riconoscere che ciò che è accaduto fa parte, dolorosamente, della propria storia e che da quella storia è possibile continuare a vivere, non nonostante la morte del tuo bambino, ma con lui, in una forma nuova, significativa, intima.
Se leggendo queste parole hai percepito qualcosa di tuo — una resistenza, una paura, o forse un desiderio di sollievo — sappi che non sei sola.
Se senti il bisogno di accompagnamento
come consulente per il lutto perinatale, il mio compito è offrirti uno spazio sicuro, in cui puoi portare il tuo dolore senza doverlo spiegare o giustificare. Uno spazio dove esplorare insieme come trasformare l’ingiustizia in un dolore vivibile, riconosciuto, che non ti schiacci più.
Contattami quando ti senti pronta, o pronto.
Non accetterò mai quello che è successo!