accompagno le persone attraverso il lutto perinatale e il lutto

Che senso ha il dolore?

Che senso ha il dolore?

Esiste una rara malattia definita CIPA (Insensibilità Congenita al Dolore con Anidrosi) che mette in grave difficoltà chi ne è affetto: senza una risposta dolorosa non è possibile accorgersi di aver subito traumi o di essere affetti da patologie riconoscibili attraverso la sensazione dolorosa.

Il dolore esiste per un motivo: si tratta di un campanello d’allarme che ci avvisa del fatto che qualcosa non va. Senza quel campanello d’allarme, ci metteremmo sotto stress al punto da rischiare la morte o proprio trapassare.

Se ciò è accettato per la sofferenza fisica, resta più incomprensibile per quella emotiva.

In pratica: se ci duole un dito, per noi è logico osservare il dito e controllare il suo stato per verificare cosa origini la sofferenza. Se ci accorgiamo di aver subito un trauma (per esempio ce lo siamo schiacciato in una porta), ci prendiamo cura di lui, innanzitutto liberandolo dalla porta, poi eseguendo tutte quelle pratiche che abbiamo imparato essere utili per ripristinare la funzionalità del dito e ridimensionare la sensazione dolorosa.

Le pratiche che abbiamo imparato provengono dall’esperienza: ogni volta che ci è capitato di assistere ad incidenti nostri o altrui, abbiamo osservato come le persone intorno a noi si sono prese cura di noi e degli infortunati, incamerando un modus operandi consolidato.

Quando ci schiacciamo un dito nella porta non ci chiediamo perché dobbiamo patire tutto quel dolore, non ci stupiamo della sofferenza, sappiamo che è insita nel tipo di incidente che ci è capitato e attendiamo pazienti il tempo della convalescenza.

Lo schiacciamento del dito ci è utile per apprendere alcuni dati di fatto: il nostro corpo non è invincibile, ha delle soglie oltre le quali andare è pericoloso. Impariamo a prenderci cura di noi, cioè sappiamo che a certi incidenti si può rimediare. Così, se da un lato acquisiamo maggiore attenzione, dall’altro consolidiamo la nostra fiducia nelle capacità di ripristino e guarigione. Solo lo schiacciarsi il dito in una porta è una vera e propria esperienza di vita, sui limiti, ma anche sulle risorse di cui disponiamo e che ci tramandiamo di generazione in generazione.

Quando la sofferenza è emotiva è tutta un’altra storia…

Siamo assolutamente impreparati ad accogliere quel tipo di dolore, in genere perché nessuno ci mostra come si fa. Della sofferenza emotiva siamo invitati a vergognarci, giudicati deboli o immaturi. Ci rintaniamo e indossiamo maschere quando ci dobbiamo presentare in pubblico.

È così – ci viene detto – Riprenditi!

Come se quella sofferenza giungesse a caso senza né capo, né coda; da acquisire come un dato di fatto da sopportare per il solo fatto di essere vivi e umani.

Fin da piccoli impariamo come si fa a nascondere, ignorare e travisare. Da adulti è sempre più complicato, perché non abbiamo potuto prendere la misura dei limiti e nemmeno maturare la fiducia nelle nostre capacità di ripristino.

Il dolore è l’allarme con cui possiamo riconoscerci umani e allo stesso tempo straordinariamente dotati grandi potenzialità.

Quindi il dolore ha un senso profondo: ci rende diversi da un sasso, per esempio.

Ci permette di sperimentare la profondità di noi stessi e le innumerevoli varianti che può assumere un’unica esperienza di vita.

Quando il dolore fa male, beh… fa un gran male, è innegabile. Certo, nel momento della sofferenza più acuta è abbastanza consueto chiedersi se sia poi necessario tutto quel patire. La risposta che mi sono data io è questa:

Sono io l’unica in grado di rendere utile la sofferenza che sto patendo.

Ho imparato ad ascoltare la sofferenza del mio cuore come ascolto il pulsare del dito nella porta. Risalgo all’origine e cerco di prendermi cura di me, ferita. Ho imparato a conoscere i miei limiti e anche a contare sulle mie risorse.

Se è vero che le cose accadono, è anche vero che sono potenzialmente in grado di fronteggiarle.

Alcune sono più complicate, richiedono maggiore ascolto e attenzione, necessitano di più tempo per essere comprese pienamente; a volte mi lasciano strascichi e cicatrici, ma tutte contribuiscono a mostrarmi chi sono.

Affinché le generazioni dopo la nostra siano più abili di noi ad affrontare le situazioni dolorose, noi dobbiamo dare loro l’esempio di come si fa… innanzitutto ammettendo che patire è una componente importantissima del nostro essere umani.

Che senso ha il dolore?

Pubblicato per la prima volta il 28 marzo 2023

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