accompagno le persone attraverso il lutto perinatale e il lutto

Im-possibile

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È vero che quando muore una persona che amiamo il nostro mondo crolla e ci sembra che vivremo eternamente con quel dolore ad affliggerci.

È vero che la sensazione sia questa, ma non è vero che sarà realmente così.

Solo la morte è immutabile, tutto ciò che è vivo, per natura è destinato a cambiare. Pensiamo alle cellule del nostro corpo: ognuna coi suoi tempi, è destinata a morire mentre altre si generano. Noi non siamo più quelli di giorni, mesi, anni fa.

Siamo destinati a mutare nel corpo e nel pensiero.

Mentre il corpo va da sé nonostante noi 😅, il pensiero ha proprio bisogno di essere orientato, allenato, stimolato da noi stessi.

Restare con la mente in certe convinzioni, è opera della staticità del pensiero stesso.

Se desideriamo per noi altro, allora lo cercheremo e, presto o tardi, lo troveremo.

Perché in alcuni (troppi) ambienti in cui si condivide il lutto perinatale, le conversazioni sono polarizzate sulla staticità del dolore?

«Vivremo per sempre con questo dolore…»

«Siamo destinati a vivere eternamente a metà…»

«È un dolore con cui si convive, senza passare mai…»

Beh, quando si tratta di lutto perinatale la faccenda si fa complessa: stiamo di fronte alla morte di una persona che non ha una storia sociale e senza storia sociale non esiste, pertanto è immotivata la sofferenza di chi lo piange.

Improvvisamente il dolente si trova estraneo al mondo a cui è abituato: chi lo circonda non comprende la sofferenza che sta attraversando. È solo, disorientato, terribilmente afflitto.

Allora il dolore assume una valenza importante: racconta dell’esistenza di chi è negato, dice che non l’abbiamo dimenticato e che continuiamo ad amarlo.

Inoltre, noi esseri umani abbiamo bisogno di stare fra noi: non a caso siamo definiti animali sociali. Ecco che si va in cerca di simili e quei simili si incontrano nei luoghi in cui si raccolgono le persone che possono condividere esperienze comuni.

Il dolore – che sembra uguale per tutti – accomuna e finalmente rende nuovamente parte di un mondo: il nuovo mondo possibile, fatto di quel dolore.

Nella nostra epoca di morte non si può parlare: la morte è una cosa triste, che deve essere allontanata ed evitata il più possibile.

Tanto è deprecabile da essere persino considerata ‘innaturale’: l’aspirazione infatti è l’immortalità.

Ad una società disabituata a fare i conti con la finitudine dei suoi componenti, di fronte alla morte non resta che il dolore e ben pochi strumenti per affrontarlo.

Così il lutto perinatale è sinonimo di dolore perpetuo.

Ma non è vero.

Può non essere così: non mi stancherò mai di affermarlo.

La morte è immutabile, ma noi siamo vivi, pertanto destinati a cambiare e rigenerarci.

Il dolore è una spia che ci avvisa di dover attuare un cambiamento importante: ripensare il nostro mondo e noi stessi.

Possiamo proseguire portando i nostri figli nel cuore e nella mente anche senza il dolore… possiamo amarli senza sofferenza: l’amore non è sofferenza.

La società potrà pure continuare a negare ciò che non vede, ma noi conosciamo la verità: ne siamo testimoni diretti e possiamo portare in giro un messaggio completamente diverso, anche senza afflizione perenne.

Non aver paura di abbandonare il dolore: non è lui a dire che sei il genitori di tuo figlio.

Non aver paura di rinunciare al nuovo mondo che ti chiede di restare afflitta/o: esistono infiniti mondi possibili.

Non aver paura di abbandonare il senso di colpa: non sei onnipotente, solo umana/o.

Non aver paura di tornare ad essere felice: la tua pena non renderà più sensata la morte di tuo figlio.

Non ripeterti che il dolore sarà per sempre: la tua mente finirà col crederti.

Non ho detto sia facile, solo che è possibile.

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Pubblicato per la prima volta il 17 settembre 2021

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