Ciò che gli esperti non colgono del lutto perinatale
Mi è capitato sotto mano un articolo di Fanpage dedicato al lutto perinatale, in cui la professoressa Daniela Chieffo, docente di Psicologia Generale all’Università Cattolica e direttrice al Policlinico Gemelli, affronta diversi aspetti di questo tema così delicato. Fra alcune considerazioni che condivido, ce ne sono altre che distorcono il vero senso del lutto perinatale. È proprio da queste parole che desidero partire per una riflessione più ampia: perché non sempre ciò che viene detto da un “esperto” aiuta davvero chi vive questo dolore; anzi, talvolta rischia di ferire, sminuire e disorientare.
La definizione accademica e i suoi limiti
Il tema viene introdotto dalla definizione solitamente adottata dagli accademici:
Per lutto perinatale, o baby loss, s’intende la perdita di un bambino che avviene tra la 28esima settimana di gestazione e i primi sette giorni dopo la nascita.
Tale suddivisione temporale, stabilita dagli specialisti, riduce e sminuisce un’esperienza di dolore che, nella vita reale, non conosce confini così netti. Crea una distinzione artificiale tra chi perde un figlio “prima” e chi lo perde “dopo”, suggerendo implicitamente che alcuni dolori siano più legittimi di altri.
Una linea di confine che non esiste
È lecito domandarsi quale reale differenza ci sia tra la morte di un bambino a 20 settimane e quella a 28? O tra un neonato che muore a 5 giorni e uno che muore a 15, o a tre mesi?
Il dolore non si misura in settimane, né in giorni di vita trascorsi. Nasce dall’assenza, dal vuoto che si spalanca, dal legame spezzato con un figlio che c’era, che esisteva, che già faceva parte della vita dei suoi genitori.
Eppure, nel mondo accademico, continua a persistere una logica classificatoria che sembra quasi mettere etichette al dolore: “più legittimo” o “meno legittimo”, a seconda del momento in cui la perdita avviene. Ma il lutto non funziona così. Non ha parametri oggettivi, non si lascia rinchiudere dentro schemi temporali.
Il dolore è per la morte, non per il desiderio
Un altro aspetto problematico è l’idea che il lutto sia particolarmente doloroso perché riguarda un “bambino desiderato”. Ma il dolore non dipende dal desiderio.
Un figlio può essere stato accolto in modo inatteso, non programmato, e la sua perdita resta comunque devastante. Non è la pianificazione che determina la sofferenza, ma la morte reale di una persona amata.
La riduzione al “progetto interrotto”
La prof.ssa Chieffo sostiene che questo evento sia tanto doloroso “perché spezza un progetto di genitorialità già avviato”. È certamente vero che la morte di un figlio infrange i sogni e le attese che i genitori avevano costruito, ma ridurre tutto a questo significa mancare il cuore della questione.
Non si tratta di un sogno infranto: si tratta della morte di una persona reale, di un figlio già presente. Dire che una madre o un padre soffrono solo perché devono rinunciare all’idea di essere genitori è come dire, a chi perde il proprio padre, che il dolore nasce dal fatto di non poterlo vedere diventare nonno. Nessuno si sognerebbe mai di dirlo.
Eppure, nel caso del lutto perinatale, questa narrazione è ancora diffusa e normalizzata.
La gravidanza non è un contenitore vuoto
Altro equivoco diffuso: “nel lutto perinatale non ci sono ricordi tangibili, ma solo immagini legate alla gravidanza”.
In realtà, la gravidanza stessa è un ricordo tangibile: ogni ecografia, ogni battito ascoltato, ogni movimento percepito, ogni dialogo sussurrato al pancione. Tutto questo sono memorie reali, concrete, che attestano la presenza di quel figlio.
Separare rigidamente la gravidanza dal bambino, come se fossero due cose distinte, è fuorviante. La gravidanza è il processo attraverso cui il figlio cresce e si manifesta, e già in quel tempo i genitori stringono con lui un legame profondo. Negare che vi siano ricordi significa negare la relazione stessa.
Lutto sospeso: il dolore invisibile dei genitori
Quando l’esperta parla di “lutto sospeso, una sorta di bolla che rende più difficile l’elaborazione”, attribuendo questa sospensione alla mancanza di ricordi tangibili, non coglie davvero il punto.
Il lutto resta sospeso non perché i ricordi manchino, ma perché manca la legittimazione sociale e culturale del fatto che quello fosse un figlio, una persona realmente morta.
I genitori provano un dolore enorme che spesso non si sanno spiegare. La narrazione sociale – e spesso anche quella scientifica – concede loro solo il diritto di piangere la perdita di un progetto, di un futuro immaginato. Ma ciò non combacia con ciò che sentono. Questa discrepanza crea uno spazio vuoto, un’assenza di riconoscimento che rende impossibile integrare ciò che si prova con ciò che viene raccontato.
Ciò che gli esperti non colgono del lutto perinatale
Ecco allora perché il lutto resta sospeso: non perché manchino ricordi o legami reali, ma perché mancano parole e gesti aderenti al sentire di chi lo patisce. In questo scarto si colloca la grande difficoltà dei genitori a elaborare la loro perdita: finché il racconto non rifletterà la verità del loro dolore, essi resteranno imprigionati in un conflitto lacerante tra ciò che vivono e ciò che viene detto di loro.
Il vuoto del presente
Chi affronta un lutto perinatale non soffre principalmente per ciò che non sarà, per i progetti infranti.
Soffre soprattutto per ciò che non è più: per il presente vuoto, per l’assenza tangibile di quel figlio che, anche se per poco, è stato vivo ed è già stato parte della famiglia.
Ogni perdita di una persona amata porta con sé la frattura di un futuro immaginato, ma ciò che pesa di più è il vuoto quotidiano, concreto, che si vive qui e ora.
Un cambio di prospettiva necessario
Se davvero vogliamo aiutare chi vive il lutto perinatale, dobbiamo cambiare prospettiva. Non basta una definizione tecnica, non basta una classificazione temporale, non basta ridurre tutto a un progetto interrotto.
Essere madre o padre, in questi casi, significa imparare – dolorosamente – un modo diverso di esserlo. Non cancellare quel figlio, non ridurre la sua esistenza a un ricordo scomodo, ma integrare la sua presenza nella propria vita, pur nella mancanza.
Solo riconoscendo questo, la società, i professionisti e chiunque si avvicini a una famiglia in lutto potranno davvero offrire supporto autentico, rispettoso e umano.
Ciò che gli esperti non colgono del lutto perinatale